30 -May -2020 - 20:30

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Il questionario di Holden: Jonathan Lazzini

Nome e cognome: Jonathan Lazzini
Città: La Spezia
Autrice di: Rutti a pancia vuota

100 battute per dire lei chi è.
Un ragazzo qualunque. Un drogato di storie che finiscono male o in modo strano. Un comunista perditempo, un rivoluzionario a tempo perso. Che poi diciamocelo, sono uno troppo pigro per la rivoluzione. Sono un ubriacone vecchio stampo, che ti riempie la testa con mille discorsi del cavolo quando si sbronza. Amo il vino, la birra e la caciara molesta fino a notte fonda. Sono un pazzo. Un romantico. Un illuso. Un sognatore col culo per terra.
Sono un contadino. Un contadino attratto dalla città, dal suo smog, dalla sua confusione, dai suoi segreti e dalla sua straordinaria malinconia.

Scrittore per passione, professione nella vita?
Studente. E quest’anno è l’ottavo anno di superiori. Ne ho persi tre nei modi più stupidi possibili, ma non rimpiango il passato. In questi anni mi sono divertito un mondo a bighellonare qua e là.
Quest’anno però ho deciso di darci una botta. Finisco e me ne vado da qualche parte. Bologna per esempio. Bologna mi attrae.

Quali sono le passioni della sua vita oltre alla scrittura?
Troppe, sono decisamente troppe. Il collezionismo innanzitutto. Biglietti del cinema, fumetti d’ogni genere, vinili, cd, accendini, pacchetti di sigarette. Insomma, tengo tutto e non butto via niente.
Seppur condanno il volume d’affari che gli gira attorno, seguo molto il calcio. Sono un gran tifoso di Inter, Sampdoria e Spezia e mi piace un sacco andare allo stadio. Un po’ come Bukowski che traeva ispirazione dalle corse all’ippodromo, a me capita la stessa cosa con le partite di fùtbol. Talvolta c’è della vera poesia sugli spalti.
Un’altra cosa in cui mi diletto quando posso, è il teatro. Butto giù qualche bozza di sceneggiatura e partecipo a qualche workshop quando capita. Ammiro molto il modo di esporsi del “Living Theatre” di cui ho appreso qualche base in più di uno stage. Tengo anche dei reading di poesia in giro, accompagnato da degli amici. Abbiamo messo su una band, ci facciamo chiamare “Le Urla di Hank”. Ci esibiamo dove capita, dove ci vogliono più che altro.
E poi c’è la musica. Fan accanito di Springsteen, spazio anche su altri generi. Venero Johnny Cash, I Nirvana e Charlie Parker. Per quanto concerne la musica nostrana, conosco ogni pezzo del vecchio Faber, del Guccio, di Bertoli, di Rino Gaetano e del mio faro luminoso Pier Paolo Capovilla con cui ho avuto modo di scambiare qualche parola e vi assicuro che è terribilmente geniale.
Non vi tiro fuori la storia di tutti gli sport che ho cambiato. Invecchierei qui sul foglio.

Quali tematiche affronta con la sua scrittura?
Scrivo su tutto e su niente. Su me stesso, sugli altri e su nessuno. Sulle mosche e sui gatti. Sulle scopate memorabili e sulle sbronze leggendarie. Parlo dei disgraziati che vedo in giro e di come soffrono. Delle mie paure e delle mie disperazioni. Delle mie avventure e della mia quotidianità. Di avvenimenti storici e di piccole storie di paese. Parlo di mio nonno, delle sue gote rosse e del suo animo così maledettamente buono che mi commuove da 22 anni.

Un buon motivo per leggere il libro?
Prima di perdere del tempo con uno come me, a chi non è pratico dei libri di poesia, consiglio di leggere Bukowski, E.E Cummings, Dylan Thomas, Corso e Rimbaud. Dopo aver letto questi buoni diavoli, si può passare a un Jonathan Lazzini qualunque, di cui ne è pieno il mondo.
Comunque, del mio libro posso dire che ne sono contento. Ne è venuto fuori un bel lavoro e forse in fondo, qualche risata la può anche strappare.

Se potesse fuggire su un’isola deserta…
E chi se ne vuole andare? Io voglio vivere in città per sempre. Voglio stare in mezzo alla ressa. Voglio bazzicare i bar fino a 90 anni. Mi annoierei a morte su un’isola deserta. Mi toccherebbe scrivere di albe e tramonti, di sale marino e canne di bambù. Per carità, preferisco le fogne.

Il suo modello d’ispirazione…
Bukowski e i miei genitori. Il vecchio Hank, perché nonostante il successo è rimasto com’era, lo stesso ubriacone con gli occhi in fiamme che lavorava in una fabbrica di sottaceti a 30 anni. Mio padre perché è l’uomo migliore che conosco. Pieno di contraddizioni come il sottoscritto, con la battuta sempre pronta e con un cuore bambino. Spero di essere esattamente come lui quando avrò la sua età. Mia madre perché è la donna migliore che conosco. Bella e originale come un quadro di Dalì, dolce come una sinfonia di Beethoven, tenace come il discorso del Che Guevara alle Nazioni Unite.

Consigli di lettura…
Oltra ai già sopracitati, per quanto riguarda la poesia, consiglio Artaud, Pound, Ginsberg, Ferlinghetti, Leo Ferrè, Withman e il buon Eliot. Nel campo della prosa ne avrei a bizzeffe da proporre, ma mi limiterò a dirne solo alcuni. Hemingway, perché è così malinconico da far godere della malinconia stessa il lettore. John Fante, perché ogni sua riga è un miracolo letterario e perché era il dio del vecchio Hank. Irwine Welsh, perché è il migliore scrittore della sua generazione. Pier Paolo Pasolini, perché è il migliore scrittore italiano di tutti i tempi. Dostojevskij, perché è stato il maestro di tutti i grandi del ’900’. E poi Steinbeck, Carver, Celine, i matti della beat, su tutti il visionario Burroughs e il “mammone” Kerouac, David Foster Wallace, Mishima, Scott Fitzgerald. Ce ne sono anche altri, ma questi che ho nominato mi hanno regalato fantastiche notti insonni.
Non ho citato Charles, perché non ce n’è bisogno, visto che l’ho menzionato anche in altre risposte a quest’intervista. Henry Charles Bukowski nato ad Andernach, il 16 agosto 1920, è il migliore scrittore di qualsiasi epoca. Lo ripeto a chiunque da anni e credo che lo farò fino alla fine dei miei giorni.

Si faccia una domanda che vorrebbe le fosse stata posta e si dia una risposta.
Le va una birra ghiacciata?
Sì, molto volentieri, grazie!