30 -May -2020 - 20:27

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Il questionario di Holden: Claudia Fiorotto Zampieri

Nome e cognome: Claudia Fiorotto Zampieri
Città: Cison di Valmarino (Tv)
Autrice di: Il corpo sottile

L'intervista è stata realizzata da Stefania Nardi ed è parte integrante della sua tesi di Laurea magistrale in Filologia e Letteratura italiana "Il potere seduttivo del corpo malato: dall'isteria all'anoressia. Un caso letterario: Fosca."

Seconda fatica letteraria per Claudia Fiorotto Zampieri, la scrittrice della Marca che nel 2011 ha esordito con il volume Un fratello senza lacrime, pubblicato per Europrint Edizioni. Nel 2013 è la volta de Il corpo sottile (Giovane Holden Edizioni), una raccolta di otto racconti in cui la parola d’ordine è il controllo, declinato in otto memorabili tracciati su cui le protagoniste, poste al centro delle vicende narrate dall’autrice, tessono le fila dei loro vissuti mentre tra le righe affiorano quelle ferite che le hanno rese più o meno vulnerabili: «E sono esattamente le donne, le ragazze, le bambine, che emergono nell’apparente normalità di quell’esistenza che spesso si tinge di cronaca nera, che ne pagano il prezzo e sono pronte a rinascere come l’araba fenice dalle ceneri del proprio dolore».
I personaggi maschili avanzano come ombre solitarie ed ambigue, tingendo di nero le quinte di uno spettacolo informe, da loro profanato. Sono storie il cui minimo comune denominatore è la violenza. 

Quale è il filo rosso che collega tra loro le storie descritte nel suo libro?
Il filo conduttore è, innanzi tutto, il raccontare delle storie femminili, esperienze che possono capitare ad ogni donna (non è detto che tutte vengano inglobate nella stessa persona), nel corso della propria vita. Riguardano situazioni che sono come dei gradini per l’evoluzione femminile: hanno a che fare con il dolore, le ferite e su queste ferite le donne, molto spesso, tessono la loro esistenza. 

Quindi, il filo conduttore è la presenza femminile?
Sì, esatto. Nel costruire le varie storie che racconto sono partita proprio da questo aspetto: ho voluto collegare le vicende attraverso le protagoniste che sono tutte donne. 

Leggendo il testo si nota una coincidenza di titoli: non è un caso che il titolo del libro riprenda il titolo del racconto dedicato all’anoressia. Quale il motivo di questa scelta?
Secondo me, il corpo può essere interpretato come un veicolo attraverso il quale le donne (e anche gli uomini) vivono la loro esistenza terrena; mediante il corpo riusciamo ad entrare in contatto con noi e con gli altri. È un potente mezzo di comunicazione del quale dobbiamo avere cura e tramite il quale possiamo evolverci nella nostra esistenza e nel mondo. Poi, effettivamente il titolo riguarda il racconto lungo che ha come tema l’anoressia, Il corpo sottile: sottile perché il personaggio vuole diventare invisibile quasi a se stesso ed è alla ricerca della propria identità. 

Che relazione ha la protagonista con il suo corpo?
Laura cerca la relazione con il suo corpo osservando e specchiandosi nella bellezza altrui, ma si sente diversa. Desidera trovare una dimensione, la propria, senza però rendersi conto che siamo unici e speciali tutti quanti nella nostra personale diversità. Coglierà questo aspetto solo con il dipanarsi della storia e grazie alla vicinanza di alcune figure (la suora della clinica, il medico che la opera, le due signore con le quali condivide la convalescenza e la camera di degenza), non meno diversa da quella del padre che, in qualche modo, è riuscito a mostrare una sua sensibilità, a differenza della madre che è stata molto dura, cruda, insensibile ai messaggi lanciati dalla figlia. 

All’interno di questo episodio infatti, viene posto l’accento su alcuni termini che si riferiscono al corpo sottile e che richiamano anche lo stato d’animo della protagonista: sospensione, vuoto, trasparenza, opacità. Sono espressioni che rinviano continuamente al tema dell’anoressia?
Sì, ma rimandano anche al fatto che a volte le vite sono evanescenti, ovvero non sappiamo quale potrà essere il passo successivo che vorremmo compiere per cercare di portare alla luce la verità nelle storie. È sempre tutto molto labile e i personaggi lo dimostrano con la loro esistenza e con le loro scelte. Alla fine Laura, aiutata da una figura che l’ha accompagnata nel mese di convalescenza in ospedale, riesce a cogliere la forza che le serve per poter camminare da sola e con maggior decisione nella sua esistenza. 

Si riflette su un corpo malato e trasparente, quello di Laura, diventato una trama ormai inconsistente, un velo sottile agli occhi della madre che non riesce a vederla. Che relazione intercorre tra malattia e trasparenza?
In questo caso la malattia è qualcosa di evidente agli occhi di chi sa vedere. La madre non riesce a vedere e il suo è uno sguardo che oltrepassa la figlia, la trapassa e non si ferma sul cambiamento che questa le rimanda. È il tipico guardare oltre di chi teme il soffermarsi e il valutare il peso della sofferenza. In questo senso direi che lo sguardo è uno sguardo trasparente, e non perché la madre abbia una lucidità d’intenti. 

«Si limitava a guardarmi come se non le appartenessi, non fossi uscita dalle sue viscere e mi faceva sentire estranea», confesserà Laura parlando della madre. E questo la dice lunga sul loro rapporto. Ci troviamo di fronte ad una madre assente che non vede o che non vuole vedere?
Direi entrambe le cose. Non voglio demonizzare la figura materna, ma molto spesso accade che le madri, specialmente se hanno subìto esperienze dolorose, desiderino non vederne la manifestazione nelle figlie. Sono cieche di fronte alla sofferenza che ricorderebbe loro un proprio vissuto.
La madre vede in Laura il riflesso di qualcosa che molto probabilmente ha provato sulla sua pelle, per questo è congelata, bloccata dinanzi all’eccessiva magrezza della figlia di cui non può non accorgersi. Non si tratta di un pensiero universale, ma nel merito del racconto accade questo. Laura riscopre l’affetto che non le è dato, non le è concesso dalla famiglia (in particolare dalla madre) nelle donne che sono con lei in camerata (e non solo), le quali rivolgono uno sguardo ed un’attenzione diversa al suo essere indifesa. La vedono per l’età che ha, cosa che non accade nell’ambiente di famiglia: a causa delle attività e degli impegni di ciascuno, i componenti si sfiorano senza però ritagliarsi il tempo necessario da dedicare gli uni agli altri. La madre a sua volta, non riesce a vedere il messaggio e percepire il richiamo della figlia ma è sempre e soltanto focalizzata sul fare, sul portare a termine determinati compiti e questo eterno “essere nell’operosità” crea una frattura, una lontananza emotiva, non permettendole di cogliere il vero grido d’aiuto che tramite il corpo, Laura le lancia. Nel momento in cui la madre si fosse fermata, avrebbe dovuto fare i conti con una realtà o un vissuto dolorosi, molto personali, resi manifesti dalla malattia della figlia. 

Laura e Luca sono seduti in un Caffè della città, si guardano ma le parole faticano ad uscire: «Sembriamo due esseri sospesi» dice Laura. Dopo quell’incontro ne segue un altro che culmina con un episodio di violenza. Luca aggredisce Laura la notte dell’ultimo dell’anno quando nota la complicità vibrante tra lei e uno dei suoi amici. Luca non è pentito del suo gesto, ma decide di scriverle una lettera. Dopo la lettera, più nessuna traccia. Si può individuare, in questa sospensione, una provocazione rivolta al lettore?
Può essere una provocazione per lasciare in sospeso il lettore sulla questione del dopo intervento, del post ricovero. Laura intraprenderà un viaggio interiore che le permetterà di capire che potrà camminare da sola, scegliersi un amore sano. Potrebbe essere un punto di partenza per il proseguo della storia, oppure un nuovo richiamo da parte del ragazzo in quanto, nonostante l’aggressività dimostrata nei confronti di Laura, non nasconde il suo coinvolgimento verso la ragazza poiché la sente una figura importante, ma non è in grado di crescerci insieme perché vive un livello di sensibilità diverso. Mi piace pensare che Laura abbia fatto una scelta di maggiore consapevolezza cogliendo la profondità di quella che è stata la malattia che l’ha colpita, per rigenerarsi ad una nuova vita, compiendo scelte diverse. Raccontare una storia significa lanciare un imput nelle vite degli altri affinché giungano a considerazioni più profonde, che permettano loro di guardare oltre. Io l’ho lasciato in sospeso per il lettore; dopo potrà essere l’oggetto di qualcosa di successivo. Il mio messaggio voleva suggerire di mantenersi più attenti e vigili rispetto a ciò che ci accade intorno: non sempre riusciamo a decodificare le richieste inviate da chi ci sta accanto, proprio adoperando il linguaggio del corpo. Avviene attualmente, a causa della molteplicità dei casi manifesti, che non si riesca a cogliere il motivo profondo, nascosto dietro la patologia, diverso da contesto a contesto; un caso di cui spesso non si parla è legato alle situazioni di abuso che le ragazze possono aver subìto e che mettono in atto tramite l’anoressia: una parte di loro decide che non dovrà essere appetibile per l’altro sesso e fa di tutto per non risultarlo. Il corpo deve rimanere un corpo asessuato, un corpo bambino, un corpo che non possa essere oggetto di pulsioni. L’abuso è ancora un grande tabù che colpisce le famiglie, soprattutto le più insospettabili, per questo se ne parla ancora troppo poco. 

È un caso che il nome della protagonista compaia solo a metà episodio e proprio per bocca di Luca?
In realtà, si tratta di un espediente nato per caso, me ne sono accorta dopo, ma mi ha permesso di far capire che molto spesso si crea un vero e proprio scollamento tra quella che potrebbe essere l’identità di Laura e ciò che in realtà è. C’è una mancanza di riconoscimento perché ci si vorrebbe diversi, anche rispetto al rimando che giunge dall’esterno. 

Laura non riesce a staccarsi da Luca, dal suo amore distorto perché la presenza del ragazzo le conferisce quell’identità che ha smarrito: «Lui a volte è come un’ancora, mi permette di avere qualcuno con cui uscire, anche se mi maltratta conferma il mio esistere». Crede che l’anoressia di Laura possa essere concepita - riprendendo un’espressione di Recalcati - come “una manovra disperata di separazione dall’altro e, contemporaneamente, l’impossibilità di sopportarne la mancanza”?
Sono d’accordo. A questo proposito, mi viene in mente un’indagine fatta nei Paesi anglosassoni dove è molto diffuso il maltrattamento familiare, specialmente sui bambini. Dalla ricerca era emerso come, nonostante la ferocia, i bambini mantenessero il desiderio di rimanere e di non essere allontanati dalla famiglia perché il contatto, seppur maltrattante, era un contatto. Quindi, ricevere qualsiasi genere di maltrattamento fisico, confermava la loro identità attribuendo un senso alla relazione padre - figlio, madre - figlia. Questo aspetto è stato riscontrato anche nei bambini che crescono negli orfanotrofi: manca l’amorevolezza del contatto ma un minimo contatto c’è. Sono stati condotti studi sui bambini che non venivano assolutamente toccati, e i risultati hanno registrato la loro morte per mancanza di contatto umano. In questo caso la protagonista, sebbene il contatto sia un contatto tutt’altro che amorevole, si identifica con esso: Laura esiste in quanto viene maltrattata, ha bisogno di questo trattamento perché non è riuscita a tessere altro di più autentico attorno alla sua persona. Nella lettera che Luca le indirizza, si comprende che lui è geloso delle parole, dei sorrisi, della gestualità mancata che Laura può aver condiviso con un altro ragazzo. Non riesce a capacitarsene perché probabilmente, e questo di solito nelle relazioni malate avviene, la persona che potremmo definire la vittima, è congelata nelle espressioni della sua affettività dalla presenza di colui che assume il ruolo di carnefice, ovvero da colui che abusa psicologicamente o fisicamente di lei; pensiamo alle situazioni in cui, nelle famiglie, le mogli non denunciano per tanto tempo i soprusi subìti dai mariti: perché lo fanno? Perché sono sopraffatte dalle conseguenze delle loro azioni. In quel momento non riescono a sbloccare l’immobilità in cui sono cadute. Ci deve essere una spinta proveniente dall’esterno, capace di restituire alla persona ferita la consapevolezza della profondità e della durezza di quanto sta sperimentando, che sia giusto superare il trauma per poter andare avanti. 

L’atteggiamento di Laura è dovuto al blocco emotivo subìto. L’augurio è che la protagonista riesca ad affrontarlo e che avvenga in lei quella consapevolezza necessaria che le permetta di riappropriarsi della sua identità?
Forse è stato un po’ minimizzato nelle ultime battute del racconto, ma c’è un cambiamento che inizia a germogliare in lei: grazie al supporto silenzioso e discreto dei personaggi che incontra in clinica, Laura cambia. 

Quello che succede a Laura è il sintomo di tutta una serie di casistiche che portano all’insorgere della malattia. Si può quindi affermare che la protagonista abbia subìto un’invalidazione del sé e dell’autostima? Se sì, ritiene che si possano considerare i fattori scatenanti la sua anoressia?

Ci sono probabilmente delle situazioni nella vita di queste ragazze che hanno minato il loro sé e sono le più varie, ma si parte sempre da un trauma o da uno o più eventi traumatizzanti. Capita che un soggetto (in questo caso la protagonista del racconto) o un adolescente, nella vita di tutti i giorni, debba affrontare una richiesta da parte della società e dimostrarsi finalmente adulto, ma interiormente sente che gli manca qualcosa, che non possiede tutte le istruzioni del caso («Sono senza istruzioni, mi mancano davvero le avvertenze di base per l’uso e la riuscita della mia esistenza»); succede quando si resta fin troppo chiusi in una bolla nella quale abbiamo potuto fare - sempre e in maniera indisturbata - ciò che ci garbava, ma una volta giunti alla resa dei conti, vediamo che fuori, nel mondo reale, è tutto più cruento rispetto a ciò che immaginavamo, oppure quando, nonostante le esperienze avute, ci manca la forza interiore per combattere, indipendentemente dalle sfide che si prospetteranno.

Laura desidera attenzioni, l’affetto della sua famiglia ed essere amata. Condivide l’affermazione di Recalcati quando sottolinea che l’anoressia è «la malattia dell’amore e non dell’appetito»?
Assolutamente sì. L’anoressia è un vuoto d’amore. Le ragazze e i ragazzi che hanno questi disturbi tendono poi a volerli controllare tramite la mancata assunzione o l’assunzione di un determinato quantitativo di cibo, ma è qualcos’altro ciò di cui vorrebbero nutrirsi: è la presenza, l’amorevolezza, la gestualità di chi ritengono sia importante, è il fatto di essere visti per la propria interezza e nella propria essenza. Gli adolescenti molto spesso non sanno ancora identificare il proprio sé, ma sentono che sono feriti da qualche parte e vorrebbero trovare negli adulti gli esempi e gli strumenti necessari per entrare nel mondo e farne parte. Ciò che conta è partecipare alle esperienze della vita e non indietreggiare o evitare di correre la partita. Laura teme la madre e il suo giudizio lapidario. L’insicurezza che la pervade le impedisce di sostenere lo sguardo di chi la circonda, fino al suo ingresso in clinica dove il primo che riesce a guardare negli occhi è il medico, la stessa persona che riuscirà a riportarla alla vita e a farla rinascere. 

Il termine «controllo» ritorna spesso all’interno dell’episodio, lo apre e lo chiude. Si passa dal controllo che la madre esercita sulla figlia al controllo che la figlia esercita su se stessa e sul proprio corpo per sfuggire, ancora una volta, al controllo della madre. Nella dinamica controllo - peso - potere, come può essere concepita la manovra compiuta da Laura?
Il cambiamento di Laura, come dicevamo, avviene in clinica con la presenza di questi sguardi che non la oltrepassano più, sguardi che si posano, si soffermano e la guardano per quello che è: una ragazza desiderosa e bisognosa d’affetto, di visibilità, di accompagnamento. Ciò che queste giovani donne rinviano dall’esterno, attraverso i loro corpi emaciati, scheletrici è solo una provocazione: vogliono farsi vedere più adulte e mature della loro età perché sperano di aprire con maggior facilità delle strade che sono curiose di sondare, senza conoscerne la meta. Il discorso sul controllo riguarda le situazioni relazionali presenti nella famiglia della protagonista: molto spesso l’anoressia porta Laura a vivere stati d’animo tormentati che la costringono a confrontarsi con una serie di fantasmi e discorsi interiori per cui il soggetto pensa che si parli sempre e soltanto di lei, o crede di essere continuamente monitorata negli spostamenti, o ancora che i componenti della famiglia o i conoscenti, cerchino di svelare qualcosa che lei stessa non sa di possedere; però, quando qualcuno come il padre, nel caso del racconto, comincia ad accorgersi della sua magrezza anomala, quello che esercita è un altro tipo di controllo: è il controllo di chi vuole amorevolmente capire se la figlia mangia, che tipo di frequentazioni ha, se continua ad avere la sua storia con il fidanzato di turno o cosa le piacerebbe intraprendere. 

A volte si sostiene, parlando di anoressia, che l’anoressica eserciti una manovra di ricatto nei confronti del nucleo famigliare e viceversa. Concorda?
Non necessariamente. In alcuni casi scatta questo meccanismo di ricatto, ovvero: “io ti faccio vedere cosa sono in grado di fare con il mio corpo, con il controllo che posso dare alla mia vita, indipendentemente da te che sei adulto, che vuoi dirmi come vanno le cose e che vorresti guidarmi in un percorso che io non condivido”. In Laura c’è il desiderio di voler attirare l’attenzione su qualcosa di più che non sia la sua fisicità, ma questa attenzione non giunge, non arriva. Spesso i famigliari sono impermeabili a questo genere di richiamo. Accade molto di frequente che nelle famiglie in cui si presenti la problematica dell’anoressia per un figlio, ci sia proprio la mancanza di contatto fisico e amorevole tra i componenti della stessa. È triste che non si arrivi a cogliere l’importanza del contatto, dell’abbraccio, della vicinanza, della carezza amorevole. Basterebbe un gesto per evitare che si scateni il sintomo. Quando si vive sotto lo stesso tetto e si sperimentano esperienze di comunanza, ma ognuno deve rimanere nella propria isola, questo aumenta ancor più il senso di disagio che i ragazzi possono nutrire e sperimentare, relativamente alla mancata comunicazione, per cui si sentono sospesi, sono lasciati a loro stessi. Io lo verifico anche nel presente: la reazione di aggressività che certi ragazzi maturano nei confronti degli adulti è in realtà una sfida, perché desiderano smuovere l’immobilismo e la chiusura del cuore degli adulti che non si interrogano a sufficienza e che pensano di aver messo al mondo dei figli con la convinzione che tanto si faranno da soli, che sono dei pacchi da poter portare una volta a tennis, una volta in piscina, una volta a mangiare la pizza, ecc. Hanno la presunzione di credere che i figli non necessitino di un nutrimento emotivo e spirituale senza accorgersi delle loro richieste di attenzione. 

Laura e il non detto. Laura è la portatrice di un segreto non esplicitato nel racconto. Esso ha a che fare con la famiglia e con quei segreti forse «scomodi» che, metaforicamente, si tende a nascondere sotto il tappeto per evitare che riemergano?
Sì, c’entra con questo. Ho scritto varie storie volendo espressamente concedere momenti diversi alle singole esperienze narrate nel libro, però il segreto può essere riassunto in un altro episodio (Non è successo niente) in cui parlo di una bimba che ha subìto un abuso sessuale da un componente della sua famiglia. Purtroppo, il maltrattamento e l’abuso in famiglia sono due realtà molto frequenti, più di quanto si immagini. 

Quanto c’è di Claudia Fiorotto ne Il corpo sottile?
Risponderei con una frase di Flaubert: «Madame Bovary c’est moi!».
Ogni testo rivela qualcosa di chi lo scrive, poi si tratta di recuperare le parole e le situazioni adatte per poterlo narrare, per attualizzarlo. Io non nego di essere stata un’anoressica, di conseguenza ho raccolto, anche dall’esperienza personale (sebbene sia accaduta più di trent’anni fa) gli elementi necessari per tessere questa storia, che è stata successivamente rielaborata. In molti casi sento di essere come un grillo parlante: non tutte le donne trovano le parole o il coraggio per comunicare i loro messaggi o pensano che tanto è storia passata, invece la storia passata è quella che ci forgia, che ci aiuta a comprendere il senso del nostro divenire e di come possiamo fortificarci e continuare ad essere le belle persone che siamo. I tempi sono cambiati, le situazioni sono diverse, i mezzi a disposizione sono altri. Ora se ne parla con un atteggiamento più diretto, usando una forma più incisiva e magari alla luce del sole, ma a volte capita che le parole vengano travisate, perché non sempre si imboccano le strade più corrette. Un tempo le anoressiche erano scambiate per drogate ed era doppia la difficoltà, ma se, come nel racconto, c’è il desiderio di sopravvivenza (e questo è insito in noi), la capacità di cogliere quanto l’esistenza potrà poi donarci, o se si ha la fortuna di trovare le persone giuste, in grado di accompagnarci, allora il trasformazione è possibile. Nel mio caso è stato così. 

Cultura e resilienza. Anoressia e resilienza. Secondo lei, la letteratura sviluppatasi nel corso degli anni sull’anoressia, può rappresentare un efficace strumento di resilienza?
Sì, è di fondamentale aiuto perché si percepisce che l’anoressia (ma non solo) può colpire chiunque: magari i vissuti sono diversi, ma il dolore interiore che accomuna i cammini è lo stesso. Perciò, chi riesce a trovare la forza, le parole e la possibilità di condividere la propria esperienza, è un portatore di salute, luce e speranza per chi intraprenderà il cammino di guarigione.