23 -November -2017 - 04:54

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Recensione: "Antichi misteri e piccole manie"

Gli scrittori peggiori sono “quelli che davvero dichiarano di raccontare la verità”.
Con queste parole, nel racconto intitolato “Lo scrittore”, il vecchio scrittore, seduto “come uno scrittore”, “ingobbito e sprofondato” nella semioscurità della sua stanza, riceve la giovane scrittrice, convocata apposta per ricevere l’annuncio del suo proposito di non scrivere più, perché non può più dire menzogne. Poi contraddittoriamente le affida un faldone di incipit perché sia lei a svilupparli in tante storie da raccontare e trovare poi un editore che le pubblichi.
Da un lato il riconoscimento dell’insignificanza dello scrivere ma anche della sua inevitabilità, come del resto, sul versante opposto del leggere, lo stesso bisogno di “un libro per la notte” non ha poi – come si dice appunto nel racconto dallo stesso titolo – molta più rilevanza del riempire le caselle di un cruciverba sul vecchio numero di una rivista di parole crociate spuntata per caso da un cassetto.
Perché, come dice la cagnetta Bumbum alla padrona, tutto quel dire di voi umani, sul tema della felicità ad esempio, «quello ve lo inventate voi perché sapete soltanto scrivere, ecco perché… Ne parlavo ieri sera anche con quello là, quel Wallace (il gatto di casa, ndr): “Secondo te cos’è la felicità?” gli ho chiesto… Era acciambellato sul tuo plaid migliore, ha aperto un solo occhio e mi ha detto “rrrn, rrrn, rrrn”, e ho capito che intendeva: “E con questo ho detto tutto”».
Premesso dunque il rifiuto di ogni pretesa di verità e di rilevanza allo scrivere, entro questo limite e con questo preciso avvertimento, la forma “racconti” diventa lo strumento più adatto per dire la frammentarietà del mondo e della nostra esperienza, il suo disarticolarsi in storie innumerevoli, la straordinaria varietà della vita, delle tante vite e dei tanti noi di cui si compone e in cui si scompone.
“Perché scrivere, dunque?”, “Non lo so – potrebbe essere la risposta –, avviene, e questo è quanto…” Comunque di un tentativo si tratta: trovare una “forma”, una trama di parole in cui racchiudere provvisoriamente quello che forma non ha. Anche il caos dei sogni, le piccole manie della vita quotidiana e gli antichi misteri di cui talvolta si favoleggia, le voci di paese, le promesse d’amore mai diventate storie, rimaste come tracce di viaggi su un atlante immaginario punteggiato di cartoline (nel bellissimo “I viaggi della zia Lellira”) con l’accompagnamento della vecchia canzone “Non ti scordar di me…”.
Nella consapevolezza che quel che prevale nella nostra vita non è la regola ma lo scarto. Qualcosa che va storto, un particolare che deraglia, un imprevisto. La compattezza del mondo è più apparente che reale, la casualità ne è la regola. E la scrittura non ci dà davvero la formula che mondi possa aprirci. Qualche volta le parole possono soltanto accompagnarci, e solo come colonna sonora, nella scoperta del mondo e nel nostro interrogarci su di esso, come nella lunga passeggiata di un babbo e di un bimbo, mano nella mano, cantilenando insieme rosa, rosae, rosae…,ma alla dolce sonorità della prima declinazione segue la terza con tutte le sue “eccezioni fuorvianti rispetto alle norme”.
Non ci sono regole a governare la vita e il mondo, almeno non quelle che vorremmo imporgli noi sulla base dei nostri desideri. La regola è proprio questo affiorare dell’irregolarità, della stravaganza, di un muoversi al di fuori della traiettoria prestabilita.
Per questo le parole non servono più: meglio spegnerle, come nel racconto “Parole”, e affidarci al sogno di una paglia blu o alla deformazione surreale che nel dormiveglia stravolge in nonsense la ripetitività ritualistica delle comunicazioni di servizio su un aereo in viaggio, e nel nonsense coinvolge tutto il viaggio, metafora del vivere.
 
Alla molteplicità delle situazioni il raccontare di Rosa adegua misura e ritmo della frase, specificità del lessico, la varietà del registro e delle espressioni dialettali.
In “Angelino e il trattore” l’affannoso rincorrersi degli infiniti si contrappone alla misura distesa dell’imperfetto prolungata nell’eco sonora del gerundio:
“Angiolino… con il suo trattore cercava di fare più in fretta che poteva ad attaccare gli arnesi, l’erpice o la ramatrice, ad andare su e giù a fare il lavoro necessario, poi a smontare tutto, riporre il mezzo, rientrare in tempo per i lavori alla trattoria…
Non aveva più tempo per riposarsi un attimo, … fare due passi tra i filari recitando e mimando una delle sue befane come ai tempi in cui lavorava con il falcetto e con la vanga… senza quel poco di distensione e di riposo che trovava prima, lavorando la terra con i suoi vecchi arnesi, i suoi ritmi, i suoi sogni a occhi aperti, i suoi canti solitari” (pagg. 16-17).
Oppure si veda, in camera del malato, l’intervento della moglie schierata a battaglia contro la presenza di un ragno, con tutta l’artiglieria dei passati remoti, per lo più accentati in ò:
Con una forza imprevedibile in una signora della sua età, datagli evidentemente dallo spirito di vendetta contro il malefico aracnide, arrotolò il tappeto e lo scosse fuori dal balcone, tirò giù il materasso e lo disinfettò con l’insetticida, spostò il letto e spruzzò dell’altro insetticida…  poi prese il secchio e il mocio, colorò l’acqua con altro disinfettante e lavò vigorosamente il pavimento. Finché, esausta, si lasciò cadere sulla sedia in cucina (pag. 38).
La successione affannosa dei periodi e delle frasi caratterizza il tentativo del pensionato genovese di raggiungere il Municipio per la consegna delle pergamene ricordo, alle prese con il traffico sotto la pioggia, con l’auto della figlia (“L’onorificenza”, pagg. 135-137). Tutt’altro ritmo è richiesto da un diverso intrico, quello di una vicenda ereditaria in cui campeggia la maestà dei mobili antichi dilapidata poi dagli eredi con immoderata goduria, nell’ironico sviluppo del fraseggio di Rosa:
L’aveva ereditato (è di un abat-jour che si tratta, dal racconto con lo stesso titolo) da un suo parente, zio paterno credo, perché era da parte paterna che erano venuti i famosi mobili antichi che finirono gloriosamente in casa nostra. Venerati, preservati con la massima cura, periodicamente incerati e, nella malaugurata circostanza di qualche incauto danno, immediatamente restaurati. Erano quelli che erano scampati alla dilapidazione sistematica messa in atto dai figli alla morte del padre, il bisavolo fondatore di quel patrimonio in cui si erano tuffati a capofitto i due eredi con immoderata goduria (pag. 93).
Anche il lessico articola la sua varietà in rapporto a ciascuno dei contesti narrati, anche nel ricorso al dialetto.
La chiudenda, l’erpice, il trinciastocchi e gli “arnesi” del lavoro contadino nelle campagne cascianesi; il mezzo per indicare il trattore, i perni e i livelli; l’avarizia della Mena commentata dai paesani: “gli è che è un po’ strinta”.
Il “memmemie, il tucs lo prese” della signora di origini pugliesi di fronte al malore del marito scambiato per ictus. Di ambiente calabrese: “Cu fu ‘sta storia d’u signu dgi’a cruce”, “Chiddu, u donnu Pantu fu”, “Meschina che era idgia”.
A Genova il buonannulla del marito della figlia commentato dal suocero: “Bellou mobile ca t’è accatou”, e il modo di dire “l’otörio fa l’elemosina alla xegia”.
 
Lascio al lettore ripercorrere la ricchezza dei tanti personaggi, la varietà delle vicende nell’individuazione dei temi principali di ciascun racconto, in un’ampia “geografia” di luoghi e di ambienti. E sicuramente sarà un impegno davvero piacevole.
A conclusione, però, vorrei affidare proprio all’ultimo racconto l’impressione finale che questo libro ci lascia, nel chiuderne l’ultima pagina.
Dietro la consapevolezza dell’irrilevanza dello scrivere, anzi proprio attraverso di essa, emerge tutta l’eccedenza del vivere e della sua fragile grandezza. “Una vita minuscola” quella di Ida, vissuta “da sempre nella nostra piccola frazioncina a pochi chilometri da Casciana Terme”. Ormai settantenne, forse ottantenne, Ida ripete quel gesto suo di bambina nel cercare ancora il suo babbo nel campo, per portargli il pranzo nel fagottino di panno a quadri rossi e bianchi. Una vita minuscola quella di Ida. Come del resto quella di tutti noi e del nostro niente che la scrittura di Rosa ci invita a considerare nel suo valore di cosa davvero la più preziosa.

Francesco Biasci